Mi capita abbastanza spesso di leggere, soprattutto sui social, domande che mi mettono profondamente a disagio.
Sono quelle di persone che stanno affrontando una malattia grave, propria o di qualcuno che amano, e si rivolgono all’astrologia per sapere come andrà.
Se guariranno, se una terapia funzionerà, se la persona cara riuscirà a superare una fase critica. Chiedono, in altre parole, se sia possibile prevedere attraverso l’astrologia il decorso della malattia.
Non c’è nulla di irragionevole, a mio avviso, nel bisogno che sta dietro a queste domande.
Di fronte alla malattia, e soprattutto quando la malattia mette in discussione la vita, l’incertezza può diventare difficilissima da sostenere. Vorremmo sapere che cosa ci aspetta, prepararci, trovare una certezza alla quale aggrapparci.
Proprio per questo, ciò che mi interroga non è la domanda di chi soffre, ma la posizione di chi sceglie di rispondere.
Non mi riferisco alle tante risposte superficiali e improvvisate che si possono incontrare in rete. Mi interessano molto di più quelle degli astrologi preparati che ritengono realmente possibile formulare una prognosi astrologica sul decorso di una malattia.
Generalmente sono i primi a precisare che una questione tanto seria non può essere affrontata sulla base di un singolo transito o di poche indicazioni fornite ma che occorre studiare attentamente il tema, considerare il momento dell’esordio della malattia in questione e utilizzare, secondo la scuola di appartenenza, transiti, rivoluzioni solari e altre tecniche previsionali.
È una posizione astrologica che esiste e che rispetto, anche se decisamente non mi appartiene.
Il mio interrogativo, infatti, non nasce dal desiderio di stabilire se determinate tecniche funzionino. Non vorrei neppure trasformare questa riflessione nell’ennesimo confronto tra astrologia tradizionale e astrologia umanistica.
La domanda che mi pongo viene prima.
Quando davanti a noi c’è una persona che sta vivendo una condizione di estrema vulnerabilità e ci domanda come finirà la sua malattia o quella di una persona cara, che cosa significa assumersi la responsabilità di risponderle?
Prevedere il decorso di una malattia
Oggi sappiamo che il decorso di una malattia può dipendere da molte variabili. Non soltanto dalle caratteristiche della patologia e dalle condizioni biologiche individuali, ma anche dalle cure e dalla risposta alle cure, dai comportamenti, dall’ambiente e, in misura diversa a seconda della patologia e della situazione individuale, da fattori psicologici e sociali.
Questo non significa in sè che, ad esempio, un atteggiamento positivo possa guarire una malattia, né che la volontà sia in grado di sovvertirne il corso.
Significa però riconoscere che la persona non è semplicemente il luogo nel quale una malattia compie un percorso già stabilito.
Del resto, anche nell’ambito della medicina convenzionale l’incertezza prognostica è un problema riconosciuto, in particolare nelle malattie gravi e avanzate.
Ed è proprio qui che nasce per me una domanda, astrologica ma non solo.
Se riteniamo di poter prevedere il decorso di una malattia, dobbiamo ritenere che anche le variabili individuali che potranno concorrere a quel decorso siano in qualche modo già comprese in ciò che leggiamo astrologicamente?
La risposta della persona, le sue scelte, le cure che incontrerà, il modo in cui reagirà ad esse, ciò che accadrà lungo il percorso: tutto questo appartiene già a una trama che possiamo conoscere in anticipo?
Non è una domanda retorica. Per alcune concezioni dell’astrologia la risposta può essere sì. Ed è proprio qui, credo, che emergono concezioni molto diverse non soltanto dell’astrologia, ma dell’essere umano e del rapporto fra destino e possibilità.
Quale concezione dell’essere umano e della causalità è necessaria perché una prognosi astrologica deterministica possa essere logicamente sostenuta?
La risposta dell’astrologia umanistica
L’astrologia umanistica non nasce con l’obiettivo di perfezionare la previsione dell’evento, ma sposta l’attenzione sul significato dell’esperienza e sul modo in cui la persona partecipa al processo che sta vivendo.
In Rudhyar questa posizione è molto chiara. Il compito dell’astrologia non è stabilire semplicemente che cosa accadrà, ma aiutare a comprendere il significato di ciò che accade all’interno di un processo individuale.
Anche quando lavora con transiti, progressioni e cicli, il loro valore non consiste necessariamente nell’identificare in anticipo l’evento concreto, ma nel descrivere la struttura e il significato di una fase della vita.
Un testo del 1968, significativamente intitolato To What Extent Are Life-Events Predictable? mi sembra particolarmente pertinente.
Questo non significa sostenere ingenuamente che siamo completamente liberi di scegliere ciò che ci accadrà.
Significa però che, nell’astrologia umanistica, tra una configurazione astrologica e la sua manifestazione concreta non esiste quella corrispondenza rigidamente determinata che sarebbe necessaria per considerare l’essere umano un destinatario passivo degli eventi.
Ed è qui che, per me, il problema della prognosi di una malattia diventa soprattutto filosofico.
Posso leggere un tempo di crisi, una particolare vulnerabilità, un processo che coinvolge profondamente la persona. Posso cercarne il significato nel contesto dell’intero tema e della sua vita.
Ma se considero significativa anche la risposta che quella persona darà a ciò che sta vivendo, faccio molta più fatica a pensare che l’esito di quel processo possa essere già interamente contenuto nella configurazione che sto osservando.
Non pretendo che questa sia una conclusione valida per ogni astrologia ma è certamente coerente con il modo in cui io la intendo e la pratico.
E credo sia importante dirlo, perché dietro il problema della previsione ci sono, prima ancora delle tecniche che utilizziamo, idee molto diverse su che cosa sia un essere umano e su quale rapporto esista fra ciò che ci è dato e ciò che può ancora diventare.
Se l’astrologo lo vede, deve dirlo
C’è poi un’altra questione.
Ed è forse questo l’aspetto delle prognosi astrologiche che mi mette maggiormente a disagio.
Non tanto l’eventualità che la previsione possa essere sbagliata, quanto ciò che può produrre nella persona a cui viene comunicata. Perché che diritto abbiamo di chiudere simbolicamente un processo che è ancora aperto?
Non credo che la risposta possa essere semplicemente: se l’astrologo lo vede, deve dirlo.
Comprendo la logica di questa posizione e so che alcuni astrologi la sostengono.
Ma essa presuppone già risolte due questioni che, per me, risolte non sono: che ciò che l’astrologo ritiene di vedere corrisponda effettivamente a ciò che accadrà ma soprattutto che comunicarlo sia necessariamente nell’interesse della persona.
C’è una differenza enorme tra il dovere di dire ciò che sappiamo e il dovere di dire ciò che riteniamo di sapere. E quando ciò di cui stiamo parlando è la vita, la morte o il possibile decorso di una malattia grave, quella differenza diventa una responsabilità.
A questo punto, almeno per me, la domanda non è più soltanto se sia possibile prevedere il decorso di una malattia. È anche un’altra: a che cosa serve farlo?
Anche ammettendo che un astrologo sia convinto, sulla base delle proprie conoscenze e delle tecniche che utilizza, di poter formulare una prognosi attendibile, rimane da chiedersi che cosa quella previsione possa offrire alla persona che la riceve.
È qui che ritrovo il senso dell’astrologia umanistica così come la intendo.
Non un’astrologia che rinuncia a osservare i momenti difficili o che addolcisce ciò che vede. Al contrario: possiamo riconoscere crisi, vulnerabilità, passaggi estremamente impegnativi senza pretendere di sapere in anticipo quale sarà il loro esito.
Di fronte alla malattia, questo significa per me utilizzare l’astrologia per comprendere il tempo che la persona sta attraversando, le risorse che può mettere in campo, il significato che quell’esperienza assume nella sua storia; non per stabilire come quella storia finirà.
Non occorre neppure dimostrare che una prognosi astrologica sia impossibile per decidere di non farla.
A volte riconoscere il limite di ciò che possiamo sapere o fare non significa rinunciare al nostro compito. Può essere parte del modo in cui scegliamo di svolgerlo.



