Quando entriamo in relazione con qualcuno, ciò che vediamo non dipende soltanto dalla persona che abbiamo di fronte.
Nel modo in cui la percepiamo possono, infatti, intervenire contenuti della nostra psiche – emozioni, desideri, pensieri, paure – che, non essendo riconosciuti come nostri, ci appaiono come caratteristiche dell’altro.
Nella psicologia analitica, Jung definisce proiezione proprio questo trasferimento inconsapevole di un contenuto soggettivo sull’altro.
La persona sulla quale proiettiamo non è necessariamente priva della qualità che le attribuiamo.
La proiezione non coincide con una pura invenzione, può agganciarsi a un tratto reale, ma lo riveste di significati che provengono dal nostro mondo interiore.
Per questo non è sempre facile separare ciò che appartiene davvero all’altro da ciò che vi abbiamo collocato noi.
Finché il processo rimane inconscio, siamo convinti di osservare semplicemente la realtà. Soltanto quando nasce un dubbio sulla corrispondenza tra l’immagine che abbiamo costruito e la persona reale diventa possibile riconoscere la partecipazione della nostra psiche.
È da questa distinzione che può cominciare il ritiro della proiezione.
Non proiettiamo soltanto ciò che rifiutiamo
La proiezione viene spesso descritta come un meccanismo di difesa attraverso il quale attribuiamo agli altri impulsi, sentimenti o caratteristiche che non accettiamo in noi stessi.
Questa definizione, propria della tradizione psicoanalitica, ne coglie una funzione importante, ma non esaurisce il significato che il processo assume nella psicologia junghiana.
A essere proiettato può essere qualunque contenuto che non sia riconosciuto dalla coscienza come parte della propria personalità.
Non soltanto, quindi, contenuti che giudichiamo negativamente o preferiamo non riconoscere in noi, come l’invidia, la gelosia o l’insicurezza, ma anche qualità che ammiriamo e delle quali però non ci sentiamo portatori.
Possiamo affidare all’altro la forza, la creatività, l’autorevolezza o la libertà che non sappiamo ancora riconoscere come nostre possibilità.
La proiezione può così intervenire tanto nell’avversione quanto nell’idealizzazione.
In un caso l’altro sembra incarnare tutto ciò che rifiutiamo; nell’altro viene investito di qualità eccezionali e diventa il depositario di possibilità che avvertiamo come estranee a noi stessi.
In entrambe le situazioni, la persona reale rischia di essere parzialmente oscurata dall’immagine di cui l’abbiamo rivestita.
Questo non consente di concludere che ogni sentimento intenso sia necessariamente una proiezione. Attrazione, ammirazione, irritazione e conflitto possono avere ragioni pienamente fondate nella realtà della relazione.
La questione si pone quando la nostra reazione appare difficilmente spiegabile soltanto attraverso ciò che l’altro è e fa, oppure quando la stessa immagine sembra ripresentarsi, con persone diverse, nelle nostre esperienze relazionali.
Perché le relazioni favoriscono la proiezione
La proiezione può rivolgersi a persone, gruppi e istituzioni e, quando assume una dimensione collettiva, può produrre conseguenze molto pericolose.
Visto il momento che stiamo attraversando, vale la pena evidenziare che, ad esempio possiamo riconoscerne il funzionamento in alcuni atteggiamenti ostili verso i migranti, sui quali vengono riversate paure, insicurezze e aggressività che una comunità non riesce a riconoscere come proprie.
Il migrante viene allora rappresentato come minaccioso, invasivo o incapace di convivere con gli altri, mentre l’aggressività e il rifiuto della convivenza vengono agiti proprio da chi glieli attribuisce.
La proiezione non spiega da sola la xenofobia, ma può contribuire a trasformare un insieme di persone nel contenitore di tutto ciò che una collettività teme e respinge di sé.
Ma è comunque nelle relazioni che la proiezione assume una particolare evidenza.
Quanto più l’altro diventa emotivamente significativo, tanto più facilmente può essere investito di immagini, aspettative e contenuti che appartengono alla nostra vita psichica.
Questo aiuta a comprendere perché, soprattutto nelle fasi iniziali di una relazione, possiamo avere l’impressione di conoscere profondamente qualcuno del quale sappiamo ancora molto poco.
Gli elementi reali che percepiamo vengono completati da un’immagine interiore che conferisce loro intensità e significato.
Non ci rapportiamo più soltanto alla persona concreta, ma anche a ciò che essa è arrivata a rappresentare per noi.
Lo stesso processo può operare nei conflitti.
L’altro può diventare il portatore di una qualità con la quale non riusciamo a identificarci: è lui a essere autoritario, egoista, dipendente, aggressivo o incapace di assumersi responsabilità.
Ciò non significa che tali caratteristiche non appartengano realmente alla persona, ma la domanda posta dalla proiezione è diversa: perché proprio quella qualità assume per noi un rilievo così forte e quale rapporto intratteniamo con essa nella nostra vita?
Le relazioni possono così mettere in scena una “distribuzione inconsapevole” delle funzioni psichiche.
Un partner assume il ruolo di colui che decide e pone limiti, mentre l’altro si percepisce come privo di autorità; uno incarna la razionalità e l’autocontrollo, lasciando all’altro l’espressione dell’emotività; uno appare forte e autonomo, mentre l’altro si riconosce soltanto nella propria dipendenza.
Con il tempo questa divisione può irrigidirsi, facendo apparire come differenza assoluta tra due persone ciò che appartiene anche alla dinamica costruita dalla coppia.
La Casa VII: l’altro di fronte a noi
La Casa VII inizia con il Discendente, il punto opposto all’Ascendente.
Se l’Ascendente riguarda il modo in cui l’individuo entra nell’esperienza e afferma la propria presenza, il Discendente introduce il confronto con ciò che si presenta come altro da sé.
Tradizionalmente la Casa VII è associata al matrimonio, alle unioni, alle società e agli avversari dichiarati.
Il tratto comune a queste esperienze non è semplicemente la presenza di qualcuno, ma l’esistenza di un rapporto nel quale l’altro occupa una posizione riconosciuta e ci sta di fronte come interlocutore.
Il partner e l’avversario appartengono alla stessa casa perché entrambi ci obbligano a misurarci con un punto di vista e una volontà differenti dai nostri.
Nell’astrologia psicologica, questa posizione di fronte all’Io rende la Casa VII un campo particolarmente significativo per l’osservazione della proiezione.
Le qualità indicate dal segno al Discendente, dal suo governatore e dagli eventuali pianeti presenti nella casa possono essere inizialmente percepite soprattutto negli altri.
Possiamo ricercarle in un partner, esserne affascinati, combatterle oppure avere l’impressione che siano sempre gli altri a imporcele.
Questo non significa che il Discendente rappresenti semplicemente ciò che ci manca, né che ogni pianeta in Casa VII venga necessariamente proiettato.
Una funzione collocata in questa casa appartiene comunque alla struttura psichica dell’individuo.
La relazione può però costituire il contesto nel quale tale funzione viene dapprima incontrata all’esterno e successivamente riconosciuta come parte di sé.
La Casa VII non descrive dunque soltanto le persone che scegliamo, ma anche alcune dimensioni della nostra personalità che diventano conoscibili attraverso il rapporto con loro.
L’altro non è una figura intercambiabile creata dal nostro tema natale: possiede caratteristiche e responsabilità proprie.
Tuttavia, il modo in cui lo scegliamo, ciò che gli chiediamo inconsapevolmente di rappresentare e le reazioni che suscita in noi possono rivelare qualcosa del nostro rapporto con le funzioni simboliche presenti nella settima casa.
Un esempio:
Saturno in Casa VII – quando il limite sembra appartenere all’altro
Saturno simboleggia il confronto con il limite, la separazione, la responsabilità, il tempo e la necessità di costruire una struttura capace di reggere l’esperienza.
Alla sua funzione appartengono anche la paura dell’inadeguatezza e le difese elaborate per non esporsi nuovamente a ciò che è stato vissuto come rifiuto, fallimento o privazione.
Quando Saturno si trova in Casa VII, questi temi entrano nel campo delle relazioni.
Ciò non autorizza a prevedere solitudine, matrimonio tardivo o un partner necessariamente più anziano.
Indica piuttosto che l’incontro con l’altro costituisce uno dei luoghi nei quali la funzione saturnina viene sperimentata ed elaborata.
Se Saturno viene prevalentemente proiettato, il partner può essere percepito come colui che pone limiti, nega, giudica o trattiene.
Può apparire freddo, esigente, autoritario oppure poco disponibile a offrire la sicurezza affettiva desiderata.
In altri casi è l’intera relazione a essere vissuta come un vincolo gravoso, carico di doveri e responsabilità.
Queste esperienze possono corrispondere a caratteristiche reali del partner, ma la loro ripetizione invita a interrogarsi sul motivo per cui la funzione saturnina venga incontrata soprattutto attraverso l’altro.
La persona potrebbe non riconoscere il proprio bisogno di controllo, la propria severità o la paura di dipendere affettivamente da qualcuno.
Potrebbe desiderare una relazione e, nello stesso tempo, proteggersi dall’intimità attraverso la prudenza, la diffidenza, aspettative molto elevate o la scelta di persone non pienamente disponibili.
In questo modo la distanza attribuita al partner può essere anche il risultato di una dinamica alla quale entrambi partecipano.
La proiezione non rappresenta però l’unica modalità possibile.
La persona può identificarsi direttamente con Saturno ed essere lei a stabilire le condizioni del rapporto, a contenere l’espressione emotiva o ad assumere il ruolo di chi sostiene il peso della relazione.
Può sentirsi responsabile dell’altro, rimanere in un legame principalmente per dovere oppure pretendere da sé e dal partner una solidità che non ammette incertezze.
Proiezione e identificazione possono inoltre alternarsi nel corso della vita e all’interno della stessa relazione.
Una cosa è certa, il compito indicato da Saturno in VII non consiste nell’imparare a sopportare relazioni frustranti.
Consiste nel riconoscere il proprio rapporto con il limite, la responsabilità e la paura del rifiuto, distinguendo queste dimensioni dalle effettive caratteristiche del partner.
Un possibile esempio
Immaginiamo una persona con Saturno in Casa VII che, in relazioni diverse, incontri partner poco disponibili sul piano emotivo, molto concentrati sul lavoro o restii ad assumere un impegno.
Ogni volta la conclusione sembra essere la stessa: è l’altro a impedire che la relazione si sviluppi.
I partner possono essere realmente indisponibili. La ripetizione della medesima esperienza, tuttavia, permette di formulare una domanda ulteriore: perché la scelta ricade proprio su persone che mantengono una distanza?
Osservando la dinamica più attentamente, potrebbe emergere che la persona desidera un legame stabile, ma teme profondamente di dipendere da qualcuno e di esporsi alla possibilità del rifiuto.
La scelta di partner difficili da raggiungere consente allora di vivere il limite come qualcosa imposto dall’esterno, senza riconoscere pienamente la propria ambivalenza verso l’intimità.
Saturno è stato proiettato nella misura in cui la distanza, il timore e l’indisponibilità sono stati attribuiti esclusivamente all’altro.
Ritirare la proiezione significa riconoscere il proprio contributo alla costruzione della dinamica: la prudenza con cui si entra nella relazione, la difficoltà a esprimere i bisogni, la tendenza a controllare il coinvolgimento oppure a scegliere chi non può rispondere pienamente.
Questa consapevolezza non trasforma retroattivamente i partner indisponibili in persone capaci di offrire ciò che non hanno offerto.
Modifica però la posizione del soggetto, che può cominciare a osservare i criteri con cui sceglie, assumersi il rischio di dichiarare ciò che desidera e valutare più realisticamente la disponibilità dell’altro.
L’esempio non costituisce l’interpretazione automatica di Saturno in Casa VII.
Mostra soltanto uno dei modi in cui la funzione saturnina può essere inizialmente attribuita all’altro e successivamente riconosciuta come parte di sé.
Il ritiro delle proiezioni
Una proiezione non può essere ritirata finché viene scambiata per una descrizione oggettiva dell’altro.
Il processo comincia quando emerge una discrepanza tra la persona reale e l’immagine che le abbiamo attribuito, oppure quando riconosciamo il ripetersi della stessa dinamica in relazioni differenti.
Diventa allora possibile domandarsi quale parte della nostra esperienza appartenga effettivamente all’altro e quale contenuto della nostra psiche sia intervenuto nel modo di percepirlo.
Ritirare una proiezione non significa convincersi che ciò che vediamo nell’altro esista soltanto dentro di noi.
Una persona autoritaria può essere realmente autoritaria; un partner distante può essere davvero poco disponibile; un comportamento svalutante rimane tale anche quando suscita qualcosa che appartiene alla nostra storia.
Il ritiro della proiezione non cancella i fatti e non trasferisce su chi li subisce la responsabilità delle azioni altrui.
Significa riconoscere che la nostra reazione non dipende necessariamente soltanto da ciò che l’altro sta facendo.
Possiamo chiederci perché una determinata qualità eserciti su di noi un potere così forte, perché tendiamo a incontrarla ripetutamente e quale funzione abbiamo lasciato che fosse l’altro a rappresentare.
Nel caso di Saturno in Casa VII, questo processo può comportare il riconoscimento della propria paura del rifiuto, del bisogno di controllo o della difficoltà ad assumere direttamente autorità e responsabilità nella relazione.
La persona che ha vissuto il partner come unico responsabile della distanza può accorgersi di aver contribuito a mantenerla scegliendo persone indisponibili, evitando di manifestare i propri bisogni oppure proteggendosi attraverso la diffidenza e la rigidità.
Ciò non significa che debba restare nella relazione o giustificare il comportamento del partner.
Recuperare la funzione saturnina può condurre anche a stabilire un limite, riconoscere che il rapporto non possiede le condizioni necessarie per continuare e assumersi la responsabilità di interromperlo.
Il ritiro della proiezione restituisce capacità di scelta ma non prescrive quale debba essere la scelta.
Quando Saturno non deve più essere incarnato esclusivamente dall’altro, le sue qualità possono essere sviluppate in prima persona.
Il limite non viene soltanto subito, ma può essere posto; la responsabilità non è più delegata, ma assunta; l’impegno non nasce unicamente dalla paura o dal dovere, ma da una valutazione consapevole di ciò che la relazione può realmente sostenere.
Il ritiro delle proiezioni non avviene una volta per tutte.
È un processo graduale, perché la comprensione intellettuale non coincide automaticamente con l’integrazione di un contenuto psichico.
Possiamo comprendere di aver proiettato una qualità e continuare, per qualche tempo, a percepirla soprattutto nell’altro.
Dalla proiezione all’incontro
La lettura della Casa VII non dovrebbe servire a stabilire in anticipo quale tipo di partner incontreremo.
Può invece aiutarci a comprendere quali funzioni psichiche tendiamo a conoscere attraverso le relazioni e quale parte assumiamo, spesso inconsapevolmente, nella costruzione delle dinamiche che si ripetono.
In questa prospettiva, il tema natale non descrive un destino relazionale già definito.
Un pianeta in Casa VII può essere cercato nel partner, combattuto come se appartenesse soltanto all’altro, assunto direttamente oppure distribuito tra i due membri della relazione.
Il modo concreto in cui verrà vissuto non può essere dedotto dalla sola posizione per casa, ma richiede di considerare il segno, gli aspetti, il governatore della VII, l’insieme del tema e la storia della persona.
Il ritiro delle proiezioni non elimina il valore della relazione, ma ne modifica la funzione.
L’altro non è più chiamato a rappresentare interamente una parte di noi che non sappiamo riconoscere.
Può allora apparire con maggiore chiarezza nella sua individualità: non soltanto come colui che limita, salva, completa o minaccia, ma come una persona distinta, con la quale diventa possibile costruire un rapporto fondato su una più consapevole assunzione di sé.
L’incontro con l’altro può iniziare attraverso l’attrazione, il conflitto e la proiezione ma può diventare, con il tempo, uno dei luoghi nei quali impariamo a distinguere ciò che appartiene a noi da ciò che appartiene alla persona che abbiamo di fronte.
Soltanto questa distinzione rende possibile una relazione nella quale l’altro non sia ridotto al ruolo che la nostra psiche gli ha assegnato.
Riferimenti
G. Jung, Tipi psicologici, in Opere, vol. 6, Bollati Boringhieri.
G. Jung, L’Io e l’inconscio, in Opere, vol. 7, Bollati Boringhieri.
Marie-Louise von Franz, Rispecchiamenti dell’anima. Proiezione e raccolta interiore nella psicologia di C. G. Jung, Vivarium.
Liz Greene, Saturno. Anatomia astrologica di un pianeta, Armenia.
Liz Greene, La relazione interpersonale. Guida astrologica a vivere con gli altri su un piccolo pianeta, Astrolabio-Ubaldini.
Howard Sasportas, Le dodici case. Importanza delle case nel tema astrologico natale, Edizioni Mediterranee.



